
Nel mondo tutto sembra funzionare alla perfezione. Ogni cosa ha il suo posto, ogni persona il proprio ruolo, ogni strada sembra già tracciata. Un mondo in cui crescere significa imparare a stare dentro una forma precisa, senza sporgere troppo dai bordi. Poi ci sono persone (e personaggi) che, dentro quella forma, proprio non riescono a starci.
L’isola dei ricordi, il nuovo film DreamWorks Animation diretto da Joel Crawford e Januel Mercado, parte da qui. Da due ragazze, Jo e Raissa, e da un’amicizia che sembra destinata a cambiare proprio nel momento in cui entrambe stanno per affacciarsi all’età adulta. Una deve partire, l’altra ha paura di essere lasciata indietro. È una distanza che ancora non esiste davvero, ma che comincia già a fare paura.

L’altro mondo, l’altra vita
Poi arriva un portale e tutto cambia. Jo e Raissa finiscono a Nakali, un’isola fantastica popolata dalle creature della mitologia filippina, un luogo che sembra uscito direttamente dai racconti con cui le protagoniste sono cresciute, raccontati da una esuberante e amorevole nonna di Jo. E quella che all’inizio potrebbe sembrare soltanto un’avventura completamente fuori controllo diventa presto qualcosa di molto più personale. Perché su quell’isola non rischiano soltanto di perdersi, lasciando in balia delle onde gli impegni e le scadenze del mondo reale, rischiano di perdere i propri ricordi. E, con essi, tutto quello che le ha rese ciò che sono.

L’isola dei ricordi trova la sua parte più bella.
Perché sotto corse, creature, salti, combattimenti, gag assurde (e abbastanza notevoli per essere un film per bambini) e una quantità quasi incontrollabile di idee visive, il film parla soprattutto della paura di perdere ciò che ci ha definito. Di perdere quella parte delicata e personale che ci rende ciò che siamo. I nostri ricordi, i nostri legami, quelli delle persone che incontriamo e che, senza accorgercene, finiscono per diventare parte della nostra identità. Di quei ricordi che magari sembrano piccoli, insignificanti, persino stupidi, ma che un giorno ci accorgiamo essere diventati la nostra casa.
Il viaggio di Jo e Raissa è allora un viaggio nell’amicizia, ma anche nella crescita. E soprattutto nella difficoltà di accettare che crescere non significhi necessariamente diventare qualcun altro. O incastrarsi in spazi definiti e scomodi.
In un mondo lineare e perfetto, dove tutto sembra dover scorrere senza intoppi, L’isola dei ricordi sceglie di stare dalla parte degli outsider. Di chi non riesce, o forse non vuole, rientrare nella casella assegnata. Di chi ha paura, di chi si sente troppo piccolo davanti a qualcosa di molto più grande, di chi non sa ancora quale direzione prendere.
E non è difficile riconoscersi in Jo e Raissa proprio per questo. Sono due ragazze molto diverse, con paure e desideri differenti, ma unite da qualcosa che non ha bisogno di essere perfetto per essere vero. La loro amicizia non è una favola senza crepe: è fatta di incomprensioni, di cambiamenti, della paura di essere abbandonate e persino della possibilità di dover accettare che le persone che amiamo possano prendere strade diverse dalla nostra.
Eppure, anche quando tutto intorno si frantuma, rimane quella mano. La mano di qualcuno disposto a restare. A rischiare. Persino a rinunciare a qualcosa pur di non lasciare indietro l’altra persona.
È un’idea semplice, ma il film riesce a darle un peso enorme proprio perché non cerca continuamente di spiegartela. Te la fa vivere. E lo fa attraverso un viaggio completamente folle.

L’isola dei ricordi è un film che corre. Corre tantissimo. Salta da una situazione all’altra, cambia registro, mescola commedia, avventura, folklore, anime e momenti più intimi, lasciandosi andare a una fantasia visiva che sembra non conoscere limiti. L’animazione mescola 2D e 3D, deformazioni, colori accesi e improvvise esplosioni grafiche, con un’energia che ricorda da vicino la libertà visiva già mostrata da Crawford nel Gatto con gli stivali 2.
A tratti è quasi troppo.
Ci sono momenti in cui il film sembra avere talmente tante cose da raccontare e mostrare da rischiare di travolgere le proprie emozioni. È una delle poche vere debolezze di un’opera che preferisce decisamente l’eccesso alla misura. Talvolta questa struttura narrativa non sempre sorprende quanto la sua veste visiva. Ma forse è anche parte del suo fascino.
Perché L’isola dei ricordi non vuole essere un film ordinato, né vuole stare fermo. Non vuole rientrare nella sua stessa “scatola”.
E allora si finisce per stare lì, attaccati allo schermo, seguendo Jo e Raissa attraverso un mondo che cambia continuamente sotto i loro piedi. Si ride, ci si stupisce, ci si perde dietro a creature assurde e situazioni completamente fuori controllo, e poi, quasi senza accorgersene, arriva l’emozione. Soprattutto quando si parla di ricordi. Perché cosa siamo senza quello che abbiamo vissuto? E quanto di noi appartiene davvero a noi, se non alle persone che abbiamo incontrato lungo il percorso?
La risposta del film è forse la più semplice possibile: siamo anche gli altri. Siamo le amicizie che ci hanno salvato, le persone che ci hanno insegnato qualcosa, le risate che abbiamo dimenticato di aver fatto, le serate che sembravano non avere importanza e che invece, anni dopo, diventano alcune delle cose a cui teniamo di più.

Ed è così che L’isola dei ricordi diventa molto più di una semplice avventura fantastica. Perché è un film sulla paura di crescere, sulla paura di essere lasciati indietro, sulla sensazione di non essere abbastanza e sulla possibilità di trovare, proprio accanto a noi, qualcuno disposto a ricordarci chi siamo quando noi stessi abbiamo iniziato a dimenticarlo.
Un viaggio mitico e coloratissimo, che parte da momenti assurdi e conduce lo spettatore attraverso salti, corse e schianti contro le emozioni. Un film che parla agli outsider senza dirgli di cambiare per trovare il proprio posto nel mondo.
Forse perché il punto non è trovare una casella in cui entrare.
Forse il punto è avere il coraggio di costruirsene una propria.
E, qualche volta, trovare qualcuno con cui farlo.
@cinenauta.blog


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